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Tag: #team

Come essere un buon leader durante una riunione di team

Come essere un buon leader

La leadership inizia quando smetti di voler avere sempre la risposta giusta

Qualche tempo fa, durante una sessione di coaching, un manager mi disse una frase che, nel corso degli anni, ho sentito pronunciare in modi diversi decine di volte. Stavamo parlando di come essere un buon leader, ma lui era convinto che il problema fosse il suo team.

“Francesca, non riesco a capire dove sto sbagliando. Il mio team mi ascolta, durante le riunioni nessuno mette in discussione quello che dico e, quando assegno un’attività, tutti sembrano d’accordo. Poi, però, succede sempre la stessa cosa: le decisioni rallentano, le persone continuano a chiedermi conferme e ogni problema, prima o poi, torna sulla mia scrivania.”

Gli chiesi che cosa accadesse quando un collaboratore entrava nel suo ufficio con un dubbio o una difficoltà. Mi rispose senza esitazione: “Ne parliamo e troviamo insieme la soluzione.”

Continuammo a confrontarci ancora qualche minuto, finché emerse un dettaglio che lui stesso non aveva mai osservato. In realtà quella soluzione non nasceva quasi mai da un confronto. Era lui a suggerirla, lui a decidere la strada migliore, lui a dare l’ultima parola.

Non lo faceva per bisogno di controllo, né perché non si fidasse delle persone. Lo faceva perché era convinto che fosse questo il compito di un manager: essere quello che sa, che risolve, che evita errori agli altri. Eppure era proprio lì il problema: più cercava di essere indispensabile, meno il suo team diventava autonomo.

Questa è una delle dinamiche che incontro più spesso quando lavoro con manager e responsabili. E, quasi sempre, nasce da una convinzione che sembra di buon senso: se sono io il responsabile, è mio dovere avere sempre la risposta giusta.

Come essere un buon leader quando diventi manager

Molti manager arrivano a ricoprire quel ruolo perché sono stati, per anni, tra i professionisti più competenti dell’azienda. Conoscono il lavoro, risolvono problemi con rapidità e rappresentano un punto di riferimento per i colleghi. È naturale che, quando si apre una posizione di responsabilità, l’azienda pensi a loro.

Il passaggio, però, è meno semplice di quanto sembri.

Quello che fino al giorno prima li aveva fatti emergere rischia di trasformarsi nel principale ostacolo alla crescita del team. Continuano a fare ciò che hanno sempre fatto: intervengono, correggono, trovano la soluzione migliore e prendono decisioni rapidamente. Non è un errore, è il modo in cui hanno imparato a lavorare, solo che a un certo punto il loro mestiere cambia, non consiste più nel risolvere meglio degli altri, ma nel creare le condizioni perché siano gli altri a imparare a farlo. È un cambiamento che richiede tempo e che, proprio perché non è immediato, mette in difficoltà moltissimi manager, anche quelli più preparati.

C’è una domanda che mi accompagna in quasi tutti i percorsi di coaching

Quando un manager mi racconta che il suo team non prende iniziativa, raramente parto parlando delle persone. Preferisco osservare insieme a lui ciò che accade nella relazione quotidiana con il team, non perché il problema sia il manager, ma perché è l’unica parte della situazione sulla quale possiamo davvero intervenire.

È sorprendente vedere quanto siano i piccoli gesti a costruire, giorno dopo giorno, la cultura di un gruppo. Un collaboratore propone una soluzione e viene subito corretta. Una mail viene riscritta “per fare prima”. Una decisione viene ripresa in mano perché così si evita il rischio di sbagliare.

Sono episodi apparentemente insignificanti. Nessuno, preso da solo, crea un problema, ma quando si ripetono ogni settimana, ogni giorno, trasmettono un messaggio molto chiaro.

“Aspetta. Tanto alla fine decide lui”

Ed è così che, quasi senza accorgersene, il team smette di assumersi responsabilità. Non perché manchino le competenze, ma perché diventa più semplice aspettare qualcuno che decida.

Come essere un buon leader nei momenti difficili

Quando tutto procede bene è facile sentirsi un buon leader. Le vere occasioni di crescita arrivano quando qualcosa si rompe: un collaboratore commette un errore importante, un cliente si lamenta, una riunione prende una direzione inattesa oppure una scadenza salta. Sono questi i momenti che le persone ricordano, non tanto perché vogliono capire se il manager abbia la soluzione giusta, ma perché osservano il modo in cui reagisce.

Cerca un colpevole oppure cerca di comprendere cosa è successo? Genera paura oppure crea uno spazio nel quale sia possibile imparare dall’errore?

Negli anni mi sono accorta che la fiducia non nasce durante le riunioni in cui tutto funziona. Nasce soprattutto in quei momenti difficili, quando le persone scoprono se possono permettersi di essere sincere oppure se è più conveniente nascondere i problemi.

La domanda che, quasi sempre, cambia la prospettiva del leader

C’è una domanda che porto spesso nei percorsi di coaching e che, quasi sempre, viene seguita da qualche secondo di silenzio. “Se domani rimanessi fuori dall’azienda per una settimana, il tuo team continuerebbe a lavorare con serenità oppure si fermerebbe aspettando il tuo rientro?”

Non è una provocazione, è un invito a guardare la leadership da un’altra prospettiva.

Per molti manager essere indispensabili è motivo di orgoglio. Eppure, proprio quell’indispensabilità può raccontare che il team non ha ancora sviluppato la sicurezza necessaria per prendere decisioni in autonomia.

La leadership per me non consiste nell’essere sempre presenti. Consiste nel fare in modo che le persone riescano a dare il meglio anche quando tu non ci sei.

L’idea che la leadership non coincida con il controllo è coerente anche con molte riflessioni sviluppate negli ultimi anni sul tema della leadership e della sicurezza psicologica nei team, approfondite anche da Harvard Business Review.

Un leader nasce o si diventa?

Sono convinta che questa sia una delle convinzioni che mette più in difficoltà i manager. Molti pensano che la leadership sia un talento naturale. Che alcune persone abbiano il carisma giusto e altre no. Negli anni, però, ho osservato qualcosa di diverso: ho visto persone estremamente preparate non riuscire a creare fiducia nel proprio team. E ho visto manager molto riservati diventare punti di riferimento straordinari, semplicemente perché avevano imparato ad ascoltare, a fare domande e a responsabilizzare le persone.

Per questo non credo che un leader nasca tale. Credo sinceramente che la leadership si alleni, un comportamento alla volta.

Una riflessione finale

Negli anni ho smesso di pensare alla leadership come a una qualità che alcune persone possiedono e altre no, la considero molto più simile a un allenamento: ogni feedback, ogni riunione rappresentano un’occasione per costruire oppure indebolire la fiducia del team.

È un lavoro silenzioso, fatto di piccoli comportamenti che, presi uno alla volta, sembrano quasi insignificanti, ma sono proprio quei comportamenti a determinare il modo in cui le persone scelgono di lavorare con noi.

Per questo, quando qualcuno mi chiede come diventare un buon leader, la prima risposta non è mai un consiglio. È una domanda, sono un coach no??

Che effetto produce il tuo modo di guidare le persone?

Perché, alla fine, la leadership non si misura da quante decisioni prendi.

Si misura da quante persone riescono a prendere decisioni anche quando tu non sei accanto a loro.

Scelte personali


A volte non riesci più a sentire la tua voce:s sei circondato da richieste, decisioni, urgenze, tutti si aspettano qualcosa da te.

E tu? Tu semplicemente vai avanti, pur sapendo dentro di te che stai “perdendo” qualcosa.

Il coaching non è per tutti e non è sempre il momento giusto, ma quando lo è… lo senti, eccome se lo riconosci 🙂

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Fare coaching è molto più che aiutare


Anni fa pensavo che aiutare significasse intervenire, cioè dire la cosa giusta, dare una soluzione, togliere un peso all’altro.

Col tempo ho capito che aiutare non significa risolvere i problemi degli altri al posto loro, ma dare loro spazio e strumenti perché lo facciano da soli.

È una lezione dura da imparare, soprattutto quando vedi qualcuno in difficoltà (peggio ancora se è qualcuno a cui vuoi bene) e il tuo primo istinto è agire.

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Effetto Pigmalione


È il momento di fare il punto non solo sulle strategie, ma anche sulle persone che lavorano con te.

Hai mai pensato a come le tue aspettative possono influenzare il loro successo?

È l’effetto Pigmalione: se credi nel potenziale di qualcuno, tendi a comportarti in modo da aiutarlo a realizzarlo. Gli offri più opportunità, gli dai feedback più costruttivi, lo incoraggi. E… sorpresa: spesso quella persona raggiunge risultati straordinari! Al contrario, se pensi che “non sia tagliato per certe cose”, rischi decisamente di limitare il suo sviluppo.

Ecco tre modi per applicare questo principio e fare del 2025 un anno di crescita per tutti:

– Comunica fiducia: anche un semplice “Credo che tu possa fare un ottimo lavoro” può cambiare il mindset di chi ti ascolta.

– Assegna sfide vere: non evitare di dare compiti complessi. Offri supporto, ma lascia spazio alla crescita.

– Dai feedback che ispirino: non solo cosa non va, ma come migliorare. Mostra che sei lì per supportare, non per giudicare.

Credere negli altri è il primo passo per ispirare grandi risultati 🌟

Manager che impara come delegare senza perdere il controllo

Come delegare senza perdere il controllo

Essere sempre disponibili non significa essere un buon leader

Come delegare senza perdere il controllo è una delle difficoltà più comuni che incontro quando lavoro con manager e responsabili di team.

“Supporto il team tutto il giorno. Li aiuto, rispondo alle loro domande, intervengo ogni volta che hanno un dubbio. Poi, dalle sei di sera, finalmente inizio il mio lavoro!”

Questa frase me l’ha detta un manager durante una sessione di coaching. Mentre parlava, era convinto che quello fosse il modo giusto di guidare le persone. Dopotutto, un buon manager dovrebbe essere disponibile, no?

Gli feci una domanda: “Sei davvero disponibile… oppure sei sempre a disposizione?”

Per qualche secondo rimase in silenzio. È una distinzione che sembra fatta solo di parole, in realtà cambia completamente il modo di vivere la leadership.

Delegare per non doverci esserci sempre

Molti manager associano la disponibilità alla presenza costante. Ogni dubbio trova una risposta, ogni problema viene risolto insieme, ogni decisione passa dal responsabile. All’inizio questo approccio fa sentire utili, poi diventa un’abitudine.

E senza accorgersene il manager si trasforma nel punto di passaggio obbligato per qualsiasi cosa.

Le giornate si riempiono di interruzioni, le persone chiedono conferme anche quando potrebbero decidere da sole, il tempo per il lavoro strategico sparisce e la sensazione di essere sempre in ritardo diventa normale. Ti è mai capitato??

Il problema non sei tu. È il sistema che si crea.

La parte più interessante è che tutto questo nasce quasi sempre da una buona intenzione.

Il manager vuole essere presente e sostenere il team, eppure proprio questo comportamento rischia di produrre l’effetto opposto.

Le persone imparano che prima di decidere conviene chiedere, che in caso di dubbio qualcuno risolverà il problema, si dicono che è più sicuro aspettare una conferma.

Così purtroppo il team perde autonomia e di contro il manager accumula sempre più lavoro.

Come delegare senza perdere il controllo nel lavoro quotidiano

Quando si parla di delega, molti immaginano che significhi fare un passo indietro.

Io non la vedo così. Delegare significa creare le condizioni perché le persone possano fare un passo avanti!

Non vuol dire certo sparire ma essere presenti nei momenti che contano davvero.

Una domanda fatta nel momento giusto può aiutare molto di più di una risposta data troppo presto 🙂

Un confronto programmato può essere più utile di dieci interruzioni durante la giornata.

La disponibilità continua rassicura. L’autonomia, invece, fa crescere!

Il confine che ogni manager dovrebbe imparare a riconoscere

Lavorando con manager e imprenditori torno spesso su una domanda:

Quanta parte del lavoro che stai facendo oggi potrebbe essere svolta dal tuo team, se solo gli lasciassi lo spazio per provarci?

Non è una domanda semplice.

Perché obbliga a distinguere ciò che è davvero responsabilità del manager da ciò che invece continua a rimanere sulle sue spalle per abitudine.

Ed è proprio lì che, molto spesso, inizia il cambiamento.

Anche le ricerche di Gallup evidenziano che i manager più efficaci sviluppano autonomia, delegano con chiarezza e dedicano tempo a far crescere le persone, invece di accentrare ogni decisione.

Una riflessione finale

Se ti stai chiedendo come delegare senza perdere il controllo, forse il primo passo non è fare meno, ma creare le condizioni perché gli altri possano fare di più. La leadership non si misura da quante persone riesci ad aiutare durante la giornata. Si misura da quante persone riescono a lavorare con sicurezza anche quando tu non sei accanto a loro.

Essere disponibili è una qualità.

Essere sempre a disposizione, invece, rischia di diventare un limite!

Per te. E (a tendere) soprattutto per il tuo team.

Come dare un feedback efficace a un collaboratore

Come dare un feedback efficace

Il feedback chiede fiducia. La fiducia chiede presenza.

Quando si parla di come dare un feedback efficace, questa è una frase che sento spesso da manager e responsabili di team:“Francesca, ho deciso di non dirglielo”, non perché manchi il coraggio, più spesso perché manca la certezza di riuscire a trovare le parole giuste. (ps se vuoi approfondire il ruolo della leadership nella crescita del team, puoi leggere anche il mio articolo Come essere un buon leader)

“E se poi si offendesse?”

“E se rovinassi il rapporto?”

“Magari questa volta lascio perdere.”

Così il feedback viene rimandato. Poi dimenticato.

E, mentre il manager prova a proteggere la relazione, succede qualcosa di curioso: quella relazione, lentamente, si indebolisce comunque.

Perché le persone continuano a ripetere gli stessi errori senza sapere che qualcuno li aveva notati.

Negli anni mi sono accorta che il problema raramente è il feedback. Il problema è il significato che gli attribuiamo. Molti pensano che dare un feedback significhi dire a qualcuno cosa ha sbagliato. Io credo che significhi aiutarlo a vedere qualcosa che, da solo, in quel momento non riesce ancora a vedere.

È una differenza sottile, ma cambia completamente il modo di affrontare quella conversazione.

Come dare un feedback efficace senza mettere l’altro sulla difensiva.

Quando parliamo di feedback, il rischio è concentrarsi subito sulla tecnica. Quali parole usare, quale modello seguire, da dove iniziare.

Sono aspetti importanti, ma nella mia esperienza arrivano dopo. Prima c’è una domanda che ogni manager dovrebbe porsi.

Qual è la mia intenzione?

Voglio dimostrare di avere ragione oppure voglio aiutare quella persona a migliorare?

Può sembrare una sfumatura, ma chi riceve un feedback percepisce molto rapidamente la differenza. Se sente di essere giudicato, probabilmente si difenderà. Se sente che qualcuno sta investendo nella sua crescita, sarà molto più disposto ad ascoltare. È per questo che, prima ancora delle tecniche, il feedback chiede fiducia.

Una situazione che incontro spesso nelle aziende

Immagina un manager che partecipa a una riunione insieme al proprio team.

Uno dei collaboratori presenta un progetto importante, ma l’esposizione è poco chiara. Alcuni dati vengono spiegati troppo velocemente, le slide risultano difficili da leggere e, osservando la sala, è evidente che una parte dei colleghi fatica a seguire il ragionamento.

Terminata la riunione, il manager ha due possibilità: può evitare la conversazione, sperando che la prossima volta vada meglio oppure può scegliere di trasformare quell’episodio in un’opportunità di crescita.

È qui che il feedback acquista valore perché permette alla persona di vedere qualcosa che da sola probabilmente non aveva notato.

Come dare un feedback efficace

Negli anni ho osservato alcuni elementi che fanno davvero la differenza.

Il primo riguarda il tempo.

Più aspettiamo, più il ricordo dell’episodio perde nitidezza. Parlare di una situazione accaduta settimane prima rende il confronto meno concreto e molto meno utile.

Anche il contesto conta. Un feedback delicato merita uno spazio riservato, nel quale entrambe le persone possano parlare con serenità, senza sentirsi esposte davanti agli altri.

C’è poi un aspetto che considero fondamentale e che vedo trascurare spesso: il feedback deve riguardare la performance, non la persona.

Dire a qualcuno “sei disordinato” significa attribuire un’etichetta.

Osservare invece che “durante la presentazione alcuni passaggi sono risultati poco chiari” significa descrivere un comportamento sul quale è possibile lavorare.

È una differenza enorme.

Le parole possono chiudere oppure aprire una conversazione

Proviamo a confrontare due modi diversi di affrontare la stessa situazione.

“La presentazione è andata male. Sei un disordinato e non sei stato chiaro.”

Una frase come questa difficilmente porterà la persona a riflettere. Più probabilmente la spingerà a difendersi.

Diverso sarebbe dire:

“Durante la presentazione ho trovato molto efficace la parte dedicata all’acquisizione clienti. I grafici erano chiari e hanno aiutato tutti a seguire il ragionamento. Quando sei arrivato alla slide sul budget, invece, ho avuto l’impressione che alcuni passaggi fossero troppo rapidi e diversi colleghi abbiano perso informazioni importanti. Dal mio punto di vista sarebbe stato utile fermarsi qualche minuto in più e verificare se tutto fosse chiaro. Tu come l’hai vissuta?”

Noti la differenza? Nel secondo caso non sto dicendo alla persona chi è, sto condividendo ciò che ho osservato e la invito a riflettere insieme a me! È così che il feedback diventa un confronto.

Come dare un feedback efficace anche quando la conversazione è difficile

Questa è forse la parte più interessante. Quando lavoro con i manager, raramente mi dicono di non sapere come dare un feedback, più spesso mi confessano di avere paura di ferire, di compromettere il rapporto o di essere percepiti come troppo severi.

È una preoccupazione comprensibile ma li invito a cambiare prospettiva: e se quella persona avesse proprio bisogno del tuo punto di vista? E se il tuo silenzio le impedisse di migliorare? E se evitare quella conversazione fosse, in realtà, il modo meno rispettoso di prenderti cura della sua crescita?

Sono domande che spesso cambiano il modo di guardare quella conversazione.

Negli ultimi anni anche Harvard Business Review ha evidenziato quanto la qualità del feedback e della sicurezza psicologica influenzi le performance dei team.

Il feedback è prima di tutto una relazione

Negli anni ho smesso di considerare il feedback una tecnica, lo considero una conseguenza della qualità della relazione che esiste tra due persone.

Quando c’è fiducia, il feedback viene vissuto come un’opportunità, quando manca anche il consiglio migliore rischia di essere percepito come un attacco.

Per questo credo che la vera domanda non sia soltanto: “Come dare un feedback efficace?” La domanda è: “Che tipo di relazione sto costruendo con le persone del mio team?”

Perché il feedback arriva solo dopo, prima vengono la presenza, l’ascolto, la coerenza e la fiducia. Ed è proprio lì che, secondo la mia esperienza, inizia ogni possibilità di crescita.

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Brené Brown nota ricercatrice e psicologa americana afferma che una delle chiavi per sviluppare relazioni più profonde è capire le differenze tra empatia e simpatia. 

 

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L’Empatia alimenta la connessione, mentre la Simpatia alimenta la disconnessione.

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