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Tag: #feedback

Manager che affronta una conversazione con un collaboratore difficile

Come gestire un collaboratore difficile

Come gestire un collaboratore difficile

“Francesca, con tutti riesco a lavorare. Tranne che con lui!”

È una frase che sento spesso. Cambiano le aziende, cambiano i ruoli, cambiano le persone, ma il punto di partenza è quasi sempre lo stesso. C’è qualcuno nel team con cui ogni confronto sembra trasformarsi in una fatica e, dopo l’ennesimo episodio, il manager arriva a una conclusione che gli sembra evidente: “Il problema è lui.”

Lo capisco. Quando una persona mette continuamente in discussione le decisioni, reagisce male ai feedback o sembra non assumersi mai fino in fondo la responsabilità del proprio lavoro, è naturale cercare una spiegazione semplice. Dare un nome al problema, in fondo, ci rassicura. Se è un collaboratore difficile, allora la domanda diventa: come faccio a gestirlo?

Eppure, durante i percorsi di coaching, raramente parto da lì. Preferisco fare una domanda diversa: “Che cosa rende difficile lavorare con lui?”

Può sembrare una sfumatura, ma non lo è. Perché quella domanda non cerca un’etichetta. Cerca di capire che cosa sta succedendo davvero.

E se il problema fosse un altro?

Mi è capitato di vedere due responsabili parlare della stessa persona in modo completamente diverso. Uno la descriveva come autonoma, affidabile, capace di trovare soluzioni. L’altro era convinto che fosse ingestibile. Chi aveva ragione? Probabilmente entrambi.

Le relazioni di lavoro sono più complesse delle etichette che usiamo per descriverle. Quando diciamo che una persona è difficile, spesso stiamo raccontando la fatica che proviamo nella relazione con lei. E quella fatica può avere molte origini. Può nascere da aspettative che non sono mai state chiarite davvero. Da un feedback arrivato troppo tardi. Da un ruolo che è cambiato senza essere spiegato, oppure semplicemente da un comportamento del collaboratore che, nel tempo, ha iniziato a compromettere il lavoro del team.

Per questo cerco sempre di rallentare il giudizio. Non perché il collaboratore abbia necessariamente ragione, ma perché ho imparato che le situazioni sono quasi sempre più articolate di come appaiono all’inizio.

Prima di intervenire, vale la pena capire che cosa è cambiato

Ricordo una manager che mi parlava di un collaboratore estremamente oppositivo. Qualsiasi proposta facesse, lui trovava un motivo per contestarla. Era stanca e voleva capire come farlo cambiare. Le chiesi soltanto: “È sempre stato così?” Ci pensò qualche secondo. Poi mi rispose: “No. Prima non era così”

Continuando a parlare emerse che, pochi mesi prima, l’azienda aveva attraversato una riorganizzazione. Quel collaboratore aveva perso alcune responsabilità e nessuno gli aveva spiegato davvero il motivo. Quel dettaglio non rendeva il suo comportamento accettabile, però cambiava il modo di leggerlo e cambiava anche il tipo di conversazione che sarebbe stato utile avere.

È una cosa che vedo spesso. Quando ci fermiamo un momento prima di reagire, iniziano ad apparire elementi che, nella fretta di trovare una soluzione, avevamo completamente ignorato.

La conversazione che molti manager rimandano

C’è un altro aspetto che ritorna con frequenza. Più una relazione diventa difficile, più il confronto viene rimandato.

Succede per tante ragioni, a volte perché non si vuole creare tensione, altre volte perché si spera che il problema si risolva da solo, così si lasciano passare settimane, qualche volta mesi e ogni episodio si aggiunge al precedente.

Quando finalmente arriva il momento di parlare, non c’è più un singolo comportamento da affrontare. C’è tutta la frustrazione accumulata nel tempo.

Per questo credo che il feedback non sia uno strumento da usare quando la situazione è già compromessa. Fa parte della relazione quotidiana con i collaboratori e funziona davvero quando aiuta a correggere la rotta prima che il problema diventi un’abitudine. È un tema che ho approfondito anche nell’articolo dedicato a come dare un feedback efficace, perché spesso è proprio lì che una relazione inizia a cambiare.

Non tutto dipende dal leader

Ogni tanto, però, è importante dirsi anche un’altra cosa: ci sono manager che hanno chiarito le aspettative, hanno dato feedback con continuità, hanno ascoltato, hanno cercato di capire e hanno offerto tutto il supporto necessario, eppure alcuni comportamenti continuano a ripetersi.

Pensare che un buon leader debba riuscire a cambiare chiunque significa attribuirgli una responsabilità impossibile. Un leader può creare le condizioni perché una persona cresca. Può essere chiaro, presente e coerente. Ma non può scegliere al posto dell’altro. Anche questo fa parte della leadership. Riconoscere il momento in cui non serve fare un tentativo in più, ma prendere una decisione che protegga il lavoro del team.

Il compito di un leader non è trovare subito una soluzione

Ogni volta che sento dire “ho un collaboratore difficile”, cerco di non fermarmi alla prima impressione, non perché quella difficoltà non esista, ma perché so che dietro quella frase c’è quasi sempre una storia che vale la pena comprendere.

A volte quella storia porta a scoprire un problema di comunicazione. Altre volte mette in luce aspettative mai chiarite. In altri casi conferma che il collaboratore, nonostante tutto, non è disposto a cambiare!

La differenza (notevole) è che a quel punto la decisione nasce dalla comprensione della situazione e non da un’etichetta.

In fondo, credo che questo sia uno dei compiti più importanti di chi guida un team. Non cercare spiegazioni semplici per problemi complessi, ma avere la pazienza di osservare, comprendere e solo dopo decidere come agire.

Come dare un feedback efficace a un collaboratore

Come dare un feedback efficace

Il feedback chiede fiducia. La fiducia chiede presenza.

Quando si parla di come dare un feedback efficace, questa è una frase che sento spesso da manager e responsabili di team:“Francesca, ho deciso di non dirglielo”, non perché manchi il coraggio, più spesso perché manca la certezza di riuscire a trovare le parole giuste. (ps se vuoi approfondire il ruolo della leadership nella crescita del team, puoi leggere anche il mio articolo Come essere un buon leader)

“E se poi si offendesse?”

“E se rovinassi il rapporto?”

“Magari questa volta lascio perdere.”

Così il feedback viene rimandato. Poi dimenticato.

E, mentre il manager prova a proteggere la relazione, succede qualcosa di curioso: quella relazione, lentamente, si indebolisce comunque.

Perché le persone continuano a ripetere gli stessi errori senza sapere che qualcuno li aveva notati.

Negli anni mi sono accorta che il problema raramente è il feedback. Il problema è il significato che gli attribuiamo. Molti pensano che dare un feedback significhi dire a qualcuno cosa ha sbagliato. Io credo che significhi aiutarlo a vedere qualcosa che, da solo, in quel momento non riesce ancora a vedere.

È una differenza sottile, ma cambia completamente il modo di affrontare quella conversazione.

Come dare un feedback efficace senza mettere l’altro sulla difensiva.

Quando parliamo di feedback, il rischio è concentrarsi subito sulla tecnica. Quali parole usare, quale modello seguire, da dove iniziare.

Sono aspetti importanti, ma nella mia esperienza arrivano dopo. Prima c’è una domanda che ogni manager dovrebbe porsi.

Qual è la mia intenzione?

Voglio dimostrare di avere ragione oppure voglio aiutare quella persona a migliorare?

Può sembrare una sfumatura, ma chi riceve un feedback percepisce molto rapidamente la differenza. Se sente di essere giudicato, probabilmente si difenderà. Se sente che qualcuno sta investendo nella sua crescita, sarà molto più disposto ad ascoltare. È per questo che, prima ancora delle tecniche, il feedback chiede fiducia.

Una situazione che incontro spesso nelle aziende

Immagina un manager che partecipa a una riunione insieme al proprio team.

Uno dei collaboratori presenta un progetto importante, ma l’esposizione è poco chiara. Alcuni dati vengono spiegati troppo velocemente, le slide risultano difficili da leggere e, osservando la sala, è evidente che una parte dei colleghi fatica a seguire il ragionamento.

Terminata la riunione, il manager ha due possibilità: può evitare la conversazione, sperando che la prossima volta vada meglio oppure può scegliere di trasformare quell’episodio in un’opportunità di crescita.

È qui che il feedback acquista valore perché permette alla persona di vedere qualcosa che da sola probabilmente non aveva notato.

Come dare un feedback efficace

Negli anni ho osservato alcuni elementi che fanno davvero la differenza.

Il primo riguarda il tempo.

Più aspettiamo, più il ricordo dell’episodio perde nitidezza. Parlare di una situazione accaduta settimane prima rende il confronto meno concreto e molto meno utile.

Anche il contesto conta. Un feedback delicato merita uno spazio riservato, nel quale entrambe le persone possano parlare con serenità, senza sentirsi esposte davanti agli altri.

C’è poi un aspetto che considero fondamentale e che vedo trascurare spesso: il feedback deve riguardare la performance, non la persona.

Dire a qualcuno “sei disordinato” significa attribuire un’etichetta.

Osservare invece che “durante la presentazione alcuni passaggi sono risultati poco chiari” significa descrivere un comportamento sul quale è possibile lavorare.

È una differenza enorme.

Le parole possono chiudere oppure aprire una conversazione

Proviamo a confrontare due modi diversi di affrontare la stessa situazione.

“La presentazione è andata male. Sei un disordinato e non sei stato chiaro.”

Una frase come questa difficilmente porterà la persona a riflettere. Più probabilmente la spingerà a difendersi.

Diverso sarebbe dire:

“Durante la presentazione ho trovato molto efficace la parte dedicata all’acquisizione clienti. I grafici erano chiari e hanno aiutato tutti a seguire il ragionamento. Quando sei arrivato alla slide sul budget, invece, ho avuto l’impressione che alcuni passaggi fossero troppo rapidi e diversi colleghi abbiano perso informazioni importanti. Dal mio punto di vista sarebbe stato utile fermarsi qualche minuto in più e verificare se tutto fosse chiaro. Tu come l’hai vissuta?”

Noti la differenza? Nel secondo caso non sto dicendo alla persona chi è, sto condividendo ciò che ho osservato e la invito a riflettere insieme a me! È così che il feedback diventa un confronto.

Come dare un feedback efficace anche quando la conversazione è difficile

Questa è forse la parte più interessante. Quando lavoro con i manager, raramente mi dicono di non sapere come dare un feedback, più spesso mi confessano di avere paura di ferire, di compromettere il rapporto o di essere percepiti come troppo severi.

È una preoccupazione comprensibile ma li invito a cambiare prospettiva: e se quella persona avesse proprio bisogno del tuo punto di vista? E se il tuo silenzio le impedisse di migliorare? E se evitare quella conversazione fosse, in realtà, il modo meno rispettoso di prenderti cura della sua crescita?

Sono domande che spesso cambiano il modo di guardare quella conversazione.

Negli ultimi anni anche Harvard Business Review ha evidenziato quanto la qualità del feedback e della sicurezza psicologica influenzi le performance dei team.

Il feedback è prima di tutto una relazione

Negli anni ho smesso di considerare il feedback una tecnica, lo considero una conseguenza della qualità della relazione che esiste tra due persone.

Quando c’è fiducia, il feedback viene vissuto come un’opportunità, quando manca anche il consiglio migliore rischia di essere percepito come un attacco.

Per questo credo che la vera domanda non sia soltanto: “Come dare un feedback efficace?” La domanda è: “Che tipo di relazione sto costruendo con le persone del mio team?”

Perché il feedback arriva solo dopo, prima vengono la presenza, l’ascolto, la coerenza e la fiducia. Ed è proprio lì che, secondo la mia esperienza, inizia ogni possibilità di crescita.

Quanto sei proattivo?


Che rapporto hai con il tuo capo? 

Lo stimi, apprendi da lui o ne sei intimorito?

Quale relazione hai creato nel tempo con lui o lei?

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