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“Come posso aiutarti?”

“Come posso aiutarti?”

Talvolta gli incontri one to one si rivelano momenti di scambio freddi e veloci, fatti da interazioni umane ridotte all’osso. Risposte preconfezionate e automatiche per rompere il ghiaccio, ripetute allo stesso modo, incontro dopo incontro, settimana dopo settimana.

“Come stai?”- “Bene, grazie”

Quanto spesso il discorso si chiude lì?

Facendo attenzione alle parole usate, trovandone di nuove, molto facilmente le cose cambierebbero.

“Come va la vita?” – “Come sta tua moglie?” – “Com’è andato il week end?”

Queste domande sono aperte, curiose, nuove. Lasciano respiro e predispongono le persone a poter raccontare qualcosa di più, qualora ne avessero voglia.

Una delle domande che, nonostante le migliori intenzioni, porta spesso a chiusura è:

” Come posso aiutarti?”

L’intenzione alla base è fantastica: vuoi aiutare, vuoi capire cosa puoi fare. Tuttavia mette la persona che riceve la domanda nella posizione di dover trovare la risposta.

E se a fare la domanda è addirittura il capo? Trovare la risposta sarà ancora più complicato:)

E’ una domanda vaga e si sa, alle domande vaghe corrispondono risposte altrettanto approssimative. “Non lo so, fammici pensare…”

Come si potrebbe porre meglio la stessa domanda?

Invece di lasciare la responsabilità della scelta ad un altro, prova a suggerire tu qualcosa che pensi di poter fare per aiutarlo.

Ad esempio: “Penso di essere troppo presente su questo progetto. Pensavo di lasciarti piena autonomia e di fare un check con te ogni due settimane? Cosa pensi? “

Fare domande specifiche, concrete, portare alternative rende molto più facile per una persona riflettere sulla modalità con cui preferisce essere supportata.

Cosa ne pensi?

Francesca